Luigi Pagliarini mi chiede che gli recensisca il sito web del gruppo Influenza, composto dagli artisti Raquel Renno e Rafael Marchetti, che in questo momento sono di passaggio in Europa ma vivono stabilmente in Brasile.
La prima cosa che attira l’attenzione quando entri in http://influenza.etc.br/ è il fatto che tutto si modifica, scompare il browser che il tuo sistema utilizza di default per cedere il passo ad un’interfaccia che proviene chissà da dove, finché non scopri che si tratta di una depravazione dell’applicazione Quicktime, molto usata dagli utenti Machintosh e che deve sembrare qualcosa di simile a Windows Media Player per gli altri utenti.
Si ha un interfaccia sviluppata su Quicktime, ma non per vedere un video o ascoltare un file audio, bensì per navigare nel sito di questo gruppo e raggiungere le diverse opere che hanno realizzato, qualcuna on-line e altre spazio-temporali.
Questo ingresso sorprendente, congiuntamente alle altre opere, deve essere considerato un pezzo di net.art tra quelli che rivisitano la metafora comune della navigazione che subiamo da quando il WWW sta li per essere esplorato che va sotto i nomi di Mosaic, Netscape, Explorer, Opera, Mozilla, Camino, Safari, Firefox o Shira.
Una metafora sulla quale diversi artisti hanno lavorato con maggior o minor esito dall’inizio stesso della net.art e sulla quale Alex Galloway scrisse, ai tempi, un interessante articolo oggi impossibile da consultare nella URL originale visto che Rhizome è a pagamento, ma che può essere letto nella versione spagnola realizzata da Carolina Diaz [http://aleph-arts.org/pens/browser.html].
Dobbiamo partire da qui per inquadrare l’ingresso al sito del gruppo Influenza e dargli valore, iniziando dalla cornice di rappresentazione e di smascheramento della metafora comune di navigazione del WWW e associargli il valore aggiunto di farlo attraverso un’applicazione non pensata in principio per soddisfare la funzione del navigare, anche se, per ciò che appare dopo la trasformazione operata da questo gruppo, capace di chiamare le diverse URL e portarci ad esse senza difficoltà.
Da un lato si rompe la metafora, però, immediatamente dall’altro, si permette la navigazione quasi come sempre. In questo senso l’ingresso nel sito on-line è l’avviso che stai per avere un incontro con la tecnologia inversa, nel senso ampio di invertire quello che la tecnologia ti offre per realizzare una funzione e finendo invece per sviluppare un’altra funzione rispetto a quella prestabilita. Ciò si avverte molto nelle opere spazio-temporali che commenterà il sig. Pagliarini, e che posiamo trovare in un altro dei pezzi on-line come LogCam.
In questa opera ci si confronta con un intervento malevolo sul processo che realizza l’applicazione Flash, praticamente un must nelle finestre dei moderni siti web, quando stabilisce la comunicazione tramite una webcam in un processo di streaming dal vivo di immagini. Accade, cioè, che l’opera prende il controllo della tua webcam e da questo momento ti è permesso scegliere tra immagini (vertelas) di quattro forme.
La prima è un semplice scherzo, un gioco, ma anche un avviso che non vedrai nulla perché ti troverai davanti ad una cornice nera che si evolve perdendo la sua cecità a seconda della velocità con la quale l’ostacolo che è di fronte all’obiettivo si sposta, cioè ad un maggior movimento percepito dalla webcam si ha una maggior velocità di passaggio dal nero al bianco. Rimani con un palmo di naso perché hai una webcam per non vedere nulla.
Nel dubbio decidi di provare la successiva opportunità che quest’opera ti offre. Scegli la seconda opzione e ti vai a confrontare con una danza di linee che ricorda il cinema sperimentale astratto, del tipo Balletto Meccanico di Leger e Murphy (1924), ma che in questa occasione torna a rispondere della presenza dell’ostacolo incontrato dall’obiettivo. In ambedue i casi quindi, scopriamo una trasformazione della webcam in un sensore di presenze che costruisce una sequenza visiva a seconda della velocità con la quale l’oggetto individuato si sposta. Si va però a tentoni, ovvero si intuisce che c’è qualcosa al di là e questo qualcosa si avvicina moltissimo alla navigazione cieca che è una delle mie debolezze quando si tratta di degenerazione delle metafore della navigazione alle quali cerca di sottometterci la browser.art.
Ancora rimane qualcosa, ancora ti sono permesse due altre opportunità per cercare di avere giustizia della tua webcam, e tanto in una come nell’altra si mantiene il gioco precedente, ma ora ti lasciano vedere qualcosa di ciò che la camera osserva; a qualcosa è servito il denaro speso per la tua webcam! ma il gioco continua e le immagini si susseguono ad una velocità proporzionale al movimento dell’ostacolo davanti la camera (tu, per esempio), lasciando una traccia identica a quella che hai visto la prima volta quando tutto passava da nero a bianco e viceversa. Ti guardi e continua l’evoluzione di quadri che la camera cattura, avvolto in un gioco di tempi da non sapere più che ore sono.
Rimane un’altra opera, Mapa, interessante in questo percorso di trasformazione delle cose prendendole dal mondo delle cose quotidiane, sebbene, in questa occasione, la realizzazione avviene in un modo già conosciuto, derivante dal genere dei soundtoys, parola che ogni giorno di più sono disposto a tradurre in spagnolo con “sonajeros digitales” (sonagli digitali); un ibrido, quasi un anfibio tra la software.art (molti di questi possono essere eseguiti in locale senza la necessità di nessuna connessione) e la web.art, ciò che permette all’utente di godere come un bambino giocando con le varie opportunità di generare rumore che l’autore ti offre, e, nella metafora di muoverti in una mappa geografica (come sembra essere proprio del gruppo Influenza) , ti presenta un’interfaccia sviluppata in Flash sulla quale voli e, come un uccello, decidi dove atterrare per giocare un po’ con i rumori, ti muovi dall’uno all’altro e giochi, in alcuni casi con maggior fluidità, (alcune delle stazioni, infatti, chiedono molto al processore lasciandoti un po’ insoddisfatto), però in tutte puoi giocare componendo il tuo particolare campo sonoro in un nuovo piano geografico risultato della deriva che tu stesso segui in questo momento.
Mi risulta difficile ricordare i luoghi nei quali sono stato e ho un pessimo senso dell’orientamento sulla mappa, cosicché l’opera Mapa mi chiede una componente di deriva psico-geografica che non so se era nelle intenzioni iniziali del gruppo e, (ma questo mi succede in quasi tutti i “sonajeros digitales”), come sopra ignoro quali sono le regole di composizione: ogni volta che cado in uno dei luoghi che più apprezzo mi sorprendo e ritorno a chiedermi come si stabiliscono i suoni, sentendomi sempre più perso, diciamo che mi sento alla deriva più assoluta.
Tornando all’argomento si può comprendere l’opera on-line del gruppo Influenza come un preambolo a ciò che i loro lavori spazio-temporali ci offrono, così come ci informa il sig. Pagliarini, il quale approfondisce questa inversione delle intenzioni iniziali di uno strumento, sia fisico che digitale, e i risultati che questa perturbazione provoca.
Nuovo restyling?
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